Cultura Pozzallo 24/01/2011 00:03 Notizia letta: 8247 volte

Produceva alcol dalle carrube, a Pozzallo

L'ex stabilimento Giuffrida
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Pozzallo - Stanco e sfinito, indifeso dalla inclemenza del tempo e dall'incuria dell'uomo, il muro di cinta dell'ex storico stabilimento Giuffrida, nella mattinata di ieri ha ceduto di schianto, liberando a terra grossi e pericolosi massi. L'antica costruzione rimane a due passi dalla stazione ferroviaria, in via Mazzini. Un pezzo di storia di questa città. Industriale, umana, lavorativa, sindacale, sociale. Proprietari della fabbrica i fratelli Pietro e Francesco Giuffrida.
Si lavorava dall'alba al tramonto. Per pochi spiccioli. Ma lavorare a quei tempi era una fortuna. Comunque. Si distillava alcol dalle carrube. Rappresentante della ditta era il sig. Alfio Nicolosi. Lo stabilimento smise l'attività il 21 dicembre 1949. "In occasione delle feste natalizie - dissero i due fratelli proprietari - e al fine di procedere ad una messa a punto degli impianti, è necessario sospendere la produzione". "Duecentotrenta operai - scrive Paolo Monello in "La memoria e il futuro" (2006) - rimasero a casa e solo 62 furono trattenuti in servizio. Venti giorni dopo la Camera del lavoro chiese alla direzione dello stabilimento quando fosse prevista l'apertura. Poco convincente la risposta: "Nessuno di noi può stabilirlo con certezza - risposero dagli uffici della Giuffrida - almeno fino a quando durerà la crisi del commercio dell'alcol". La Cgil protestò. Lo stesso giorno una delegazione chiese di essere ricevuta dal prefetto. Il prefetto fece in modo che venissero assunti una ventina di operai, mentre altri 40 furono utilizzati a turni ridotti di tre giorni la settimana. Ma a distanza di pochi giorni furono tutti sospesi in concomitanza con l'inizio delle trattative a livello provinciale per l'applicazione del nuovo contratto di lavoro. La ditta pensava che trattare, mentre lo stabilimento era praticamente chiuso, avrebbe favorito un accordo al ribasso. Una manovra evidente, subito denunciata con una nota congiunta di Corrado Ruta e Nino Avola in rappresentanza della Cgil e Lcgil. La ditta comunicò allora ai sindacati che era pronta a riprendere l'attività, ma con i salari di prima, compresi tra un minimo di 350 L. ad un massimo di L. 641. Immediata la reazione dei lavoratori che proclamarono lo stato di agitazione. Gli operai sospesi rischiavano a questo punto di perdere l'indennità di disoccupazione. A denunciare questo pericolo il segretario di categoria Giovanni Gambuzza. 
I titolari chiesero allora ai carabinieri di sorvegliare il dirigente sindacale "perché non erano disposti a sopportare nessun sopruso da parte di questo segretario di categoria". "Vogliamo trattare - aggiunsero - con persone oneste e comprensive, disposte a venire incontro alla nostra buona volontà di accomodare le cose con piena soddisfazione di tutti, e non con chi cerca in tutti i modi di soffiare sul fuoco". Il 3 febbraio la ditta cedette, chiedendo l'integrazione salariale per i 245 operai sospesi a tempo indeterminato dal 23 gennaio. Due giorni dopo fu raggiunto un accordo di massima, ma la ditta preannunciò che avrebbe riassunto solo un terzo degli operai. Quindi la chiusura. Abbandonato per diversi decenni, l'edificio è stato acquistato negli anni '80 dai fratelli Spadaro di Ispica. All'alba di ieri, stanco e disperato, l'antico immobile ha lanciato un ultimo grido di allarme. A raccogliere il grido di dolore, lanciato con i massi franati a terra, una pattuglia dei vigili urbani, i tecnici della Protezione civile e i vigili del fuoco di Modica. Nessun danno alle persone. Ma il messaggio è chiaro. Destinatari i proprietari del vecchio stabilimento e il Comune. Il progetto a suo tempo presentato dalla ditta interessata è stato contrastato e respinto. Poi il ricorso al Tar. Quindi il silenzio, al di là dell'esito.

Michele Giardina
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